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Demanio: spiagge d'oro, ma i Comuni non applicano gli aumenti del canone PDF Stampa E-mail
Giovedì 20 Maggio 2010 15:08
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Spiagge_in_svendita_140_x_180ROMA - Per ora è solo sabbia. Ma ben presto potrebbe diventare oro, almeno dal punto di vista dell’Erario. Nel Lazio, un chilometro di spiaggia balneabile lo scorso anno ha reso alle casse dello Stato 29.957 euro. La stessa cifra è stata tre volte superiore in Veneto - 108.416 euro - una delle regioni che, alla voce «affitto arenili», in proporzione consegna più soldi al bilancio pubblico, e quasi 4 volte in Emilia (118 mila).


 

Differenze che saltano all’occhio e che potrebbero azzerarsi con il federalismo demaniale, la cui introduzione prospetta per le coste della Penisola una mezza rivoluzione capace di valorizzare la gestione delle spiagge, soprattutto al Sud e nel Centro «sinora trascurata e messa a reddito in maniera inadeguata» dagli enti locali.
Il parere, decisamente autorevole, è contenuto in una relazione riservata che la Corte dei Conti ha inviato il 5 maggio alla Commissione bicamerale sul Federalismo. Un capitolo del dossier è dedicato al demanio marittimo, il cui gettito - per stare al 2009 - è stato di 97 milioni di euro, una parte cospicua dei 140 milioni incamerati complessivamente dai beni (terreni e appartamenti) appartenenti al Demanio. Meno di quanto dichiarato dal sindacato balneari nel 2008, quando furono versati 103 milioni a fronte di un gettito che il Demanio calcolava potesse toccare i 280 milioni.

La spiaggia di Sabaudia (foto De Divitiis)
La spiaggia di Sabaudia (foto De Divitiis)

DA SCAURI A MONTALTO, «ORO» - La magistratura contabile ritiene possibile ottenere, dall'affitto delle spiagge del Belpaese, «maggiori entrate» per almeno 17 milioni di euro. Una convinzione rafforzata dal confronto fra «gli incassi regionali per chilometro di costa», un parametro che si rivela impietoso man mano che si scende di latitudine. Per stare al Lazio, lo scorso anno i 362 chilometri di litorale hanno fatto piovere nelle casse dell’erario un totale di 8.028.660 milioni di euro. Cifra suddivisa tra 2053 concessioni (vale a dire i «contratti d’affitto» per stabilimenti, chioschi, ristoranti, bar, rimesse nautiche, circoli sportivi) ciascuna delle quali ha consegnato al fisco, in media, 3.911 euro.
Un numero che quasi quadruplica in Veneto (con 159 chilometri di arenile) dove ognuna delle 786 licenze ha portato allo Stato 13.600 euro, per riavvicinarsi in Liguria (5.121 euro) e in Emilia (4.855 euro). Ma è, appunto, la classifica per chilometro quadrato a testimoniare come la sabbia resti sabbia al sud per trasformarsi in prezioso oro al Nord. Mentre in Emilia si introitano 118.116 euro ogni mille metri di battigia, in Calabria ne arrivano 8.162, 10.073 in Puglia, 23.750 in Campania. E addirittura 6.999 in Sardegna.

 

 

Uno stabilimento di Ostia (foto Faraglia)
Uno stabilimento di Ostia (foto Faraglia)

 

 

 

  SABBIE IN SALDO PER I TURISTI - La magistratura contabile si mostra piuttosto severa con chi, Regioni e Comuni, sinora ha gestito il patrimonio delle coste italiane. Le 25 mila concessioni sparse per i litorali dello Stivale «in molti casi non sono sotto controllo degli enti locali». I motivi sono tanti. «Nessuna Regione, anche quelle con coste e spiagge di riconosciuta, eccezionale attrattività», ha deliberato l’adozione delle tariffe previste per «l’alta valenza turistica».
Ovunque resta in vigore «la valenza normale»: prezzi quasi da saldo per le sabbie dei turisti. Significa che agli occhi dell’Erario le spiagge poco «in» di Minturno, Torvaianica e Focene hanno lo stesso appeal di quelle più «chic» che stanno a Sabaudia, Fregene e Santa Marinella. Un livellamento che consente ai gestori degli stabilimenti di pagare dappertutto il canone meno oneroso. E questo nonostante proprio un assessore della Regione Lazio, al tempo della giunta Storace, non avendo applicato la normativa sulla «valenza turistica» sia stato condannato per danno erariale.

 

SOLO UNO SU DUE AUMENTA – Ma c’è dell’altro. Secondo la Corte dei Conti «se le entrate sono limitate» è perché in Italia unicamente il «49 per cento dei comuni» fa rispettare le severe norme previste dalla finanziaria 2007 che stabilivano, in sintesi, un aumento dei canoni. Non bastasse, si deve aggiungere «la scarsa propensione ad utilizzare tutte le leve coercitive messe a disposizione per il recupero delle somme dovute». Tradotto dal burocratese: troppi enti locali non procedono alla revoca delle concessioni nei confronti degli affittuari che non pagano il dovuto per la loro porzione di sabbia d'oro.

 

Alessandro Fulloni
Corriere della Sera (Roma)

20 maggio 2010

 

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